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La parabola del buon samaritano.
Una storia antica e sempre attuale.

Original en Italiano
Leer la traducción al Español aquí

Arnaldo Pangrazzi, m.i.
Religioso Camillo. Laureato in Teologia Pastorale Sanitaria. Dottorato in Teologia presso l’Istituto Camillianum.

Nell’insieme, il racconto del buon samaritano è semplice, ma di un grande spessore umano, etico, sociale e spirituale.

Sono passati più di duemila anni da quanto Gesù ha raccontato la parabola, ma nonostante i grandi cambiamenti storici e culturali avvenuti, il racconto conserva la sua attualità e forza ispiratrice.

 

Ogni personaggio rappresenta i volti di un’umanità disumanizzata e/o disumanizzante.

Analizzando il racconto, in primo luogo si ritiene che il malcapitato sia l’unico ferito della vicenda, in quanto incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto” (Lc 10,30).

In realtà, ognuna delle figure nel racconto risulta ferita: i briganti sono socialmente feriti, in quanto provengono probabilmente da famiglie segnate dalla povertà e dalla violenza e ne hanno ereditato i tratti; il levita e il sacerdote sono feriti dalle aspettative e dai condizionamenti religiosi del tempo, che ne mortificano il cuore e l’umanità;  l’albergatore vive forse una situazione di precarietà economica e certamente di inadeguatezza professionale; il samaritano è ferito a livello psico-sociale, in quanto appartenente ad un popolo giudicato dagli ebrei come impuro ed emarginato.

In secondo luogo, ognuno dei personaggi manifesta tratti di un’umanità disumanizzata o disumanizzante che, tradotta nel contest attuale, riconosciamo dentro di noi e attorno a noi; puntualizziamone alcune manifestazioni:

I briganti: rappresentano gli sfruttatori dei deboli, la gente corrotta, i manipolatori, coloro che derubano della vita e della speranza, le persone irresponsabili, quanti sfruttano il prossimo con le loro azioni, le loro parole, le loro pratiche. Nel mondo della salute potrebbero essere le multinazionali farmaceutiche, quanti fanno pagare costi esorbitanti per una visita medica o specialistica, i professionisti senza cuore e umanità.

I malcapitati: rappresentano tutti coloro che sperimentano le diverse fragilità umane legate alla sofferenza fisica, mentale, sociale, psicologica e spirituale. Nel corso dell’esistenza ognuno, presto o tardi, assume le sembianze e il ruolo della persona assaltata, mortificata, umiliata, abbandonata, spogliata della sua dignità, individualità e unicità.

Il sacerdote e il levita: rappresentano tutti coloro che prestano attenzione alle norme e agli aspetti legali e trascurano le persone o uccidono lo spirito. Sono specchio di quell’umanità che è attenta all’immagine, ai ruoli, ai titoli, ai privilegi, alla formalità, ma è carente di umanità, manca di spirito missionario. In questo senso il Papa Francesco allerta contro il pericolo della “globalizzazione dell’indifferenza” e dice “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (Evangelii Gaudium, Esortazione Apostolica, Roma 2013, n. 49).

L’asino: Gli asini sono spesso i soggetti dimenticati, perché non rivestono ruoli importanti, non hanno il microfono in mano, non hanno titoli accademici. Nelle istituzioni sanitarie sono le persone che, con frequenza, tappano i buchi, seminando centinaia di piccoli gesti di bontà e solidarietà non registrati dalle cronache. Gli asini sono le persone umili, vestite di benevolenza, talvolta i volontari che affiancano l’opera dei professionisti.

L’albergatore: rappresenta tutti coloro che sono proprietari o amministratori di strutture sanitarie, quali: ospedali, centri di cura per anziani, cliniche, pronti soccorso, centri di salute, ambulatori e così via. La tentazione è di trasformare questi luoghi destinati alla cura in luoghi di potere politico, di mettere al centro gli interessi economici invece che la centralità della persona, di perseguire onori e riconoscimenti invece di prendere a cuore il bene di chi soffre.

Il buon samaritano: rappresenta tutti coloro che sono considerati persone di serie B nella società e nel mondo della salute: non contano per la loro condizione sociale, per il colore della loro pelle, per la religione che professano, per i pregiudizi che li accompagnano, per la povertà che evidenziano, per la mancanza di cultura che dimostrano, per essere nati o cresciuti in ambienti diffamati, sottosviluppati o in guerra. Pensiamo ai milioni di emigranti, emarginati o mendicanti che sono alla ricerca di un lavoro, di sopravvivenza, di accoglienza, di speranza.

La parabola mantiene la sua attualità, perché nel comportamento dei diversi personaggi c’è un po’ di noi, anche se idealmente vorremmo collocarci sempre nel ruolo del buon samaritano.

In realtà, siamo anche noi,  talvolta, “malcapitati”, incompresi o feriti; con frequenza dinanzi alle scene che invocano ascolto passiamo oltre, come il sacerdote e il levita, perché presi da altre urgenze e interessi; talvolta ci ritroviamo nel ruolo degli asini che devono farsi carico di cose che altri hanno lasciato incompiute; in qualche occasione, diciamolo sottovoce, potremmo anche noi comportarci come i briganti spogliando gli altri della loro dignità con le nostre critiche ingiuste o con la nostra invidia; e non mancano le occasioni in cui, anche noi, come il gestore della locanda, potremmo approfittare del nostro ruolo, del nostro potere all’interno di una struttura per ricavarne benefici pratici, monetari o professionali.

In sintesi, le inclinazioni della nostra fragilità umana ci possono portare ogni giorno o in diverse circostanze a rivestire ora l’uno ora l’altro degli atteggiamenti illustrati.

Le impronte del buon samaritano: implicazioni e sfide

L’ icona del buon samaritano, con i suoi atteggiamenti ed azioni,  ha da sempre illuminato l’azione di tutti coloro che intendono farsi prossimi, in modo umano e professionale, a quanti soffrono.

Il samaritano ha saputo trasformare la sua ferita in solidarietà; similmente tutti coloro che aiutano partono dalla premessa di essere loro stessi feriti e chiamati ad un’opera di costante autoguarigione attraverso la cura di altre persone sofferenti.

Ripercorriamo, quindi, l’itinerario in sei tappe tracciato dal buon samaritano e cerchiamo di coglierne le implicazioni e le sfide per la nostra realtà di oggi.

Consapevolezza: «Lo vide»

Tutti e tre i protagonisti della vicenda (il sacerdote, il levita, il samaritano) si imbattono nel malcapitato, ma ognuno lo vede con occhi e cuori diversi. I primi due lo osservano di sfuggita e passano oltre, perché condizionati dalla cultura religiosa ebraica che prevedeva che gli uomini di Dio dovevano dedicarsi alle cose sacre, al culto, alla preghiera, ai sacrifici e al rispetto della legge, e non dovessero macchiarsi le mani  di sangue soccorrendo i feriti.

Anche il samaritano vede il malcapitato, ma si sente interpellato da una scena drammatica che non lo lascia indifferente. Inoltre, porta con sé, nei suoi viaggi, risorse di pronto soccorso dettate dalla prudenza e dal buon senso.

L’applicazione di questo “Lo vide” per noi comporta la consapevolezza di accostarci a chi soffre attraverso un percorso di formazione umana, professionale, etica e pastorale. La buona volontà non basta, occorre l’umiltà e la saggezza di accostarci ai sofferenti sostenuti da percorsi educativi e pratici che plasmano la nostra mente , il nostro cuore e il nostro comportamento ad essere sensibili, umili e attenti nell’accostarci ai diversi volti del patire umano.

Compassione: «N’ebbe compassione»

Nel volto dello sfortunato il samaritano ravvisa, forse, tracce delle sue ferite e della sua condizione di samaritano, ferito e mortificato nella sua dignità. Lo sguardo del samaritano si lascia toccare e commuovere dalle tragiche condizioni in cui versa il malcapitato, per cui interrompe il suo viaggio, cambia le sue priorità e si lascia guidare dal cuore, senza lasciarsi condizionare da schemi culturali o da barriere sociali nel suo intervento. La compassione non è né pietà né superiorità, ma è un lasciarsi scuotere e intenerire dal patire altrui.

L’applicazione di questo secondo passaggio “n’ebbe compassione” comporta per ogni aiutante, di qualsiasi ruolo o competenza, l’arte di integrare le proprie ferite come base e premessa per poter offrire ascolto, empatia ed aiuto ai sofferenti. La sfida consiste nell’interiorizzare la metafora del “guaritore ferito” nell’esercizio della propria professione o ministero, nella consapevolezza che siamo tutti, contemporaneamente, sia aiutanti che aiutati, sia guaritori che feriti, sia maestri che allievi.

Vicinanza: «Gli si fece vicino»

Non basta avvertire il fremito del cuore dinanzi alle immagini che turbano e interpellano, occorre muoversi, agire, rispondere alla criticità.

Il farsi vicino del samaritano costituisce, forse, il passaggio chiave del racconto, perché è proprio nel rompere le distanze fisiche e culturali, che si realizza l’incontro tra il soccorritore e il soccorso. Le due tappe precedenti, della consapevolezza e della compassione, sarebbero rimaste sterili senza questo concreto coinvolgimento.

L’applicazione odierna di questo terzo passaggio “gli si vece vicino” comporta la sfida di essere generatori di calore umano attraverso il dono della prossimità. Il tempo della pandemia ha devastato questa dimensione profondamente umana del rapporto attraverso il contatto, una stretta di mano, un sorriso. L’uso continuo delle mascherine, l’appello alla distanza invece che alla vicinanza, come norme per prevenire la diffusione del covid, hanno moltiplicato le solitudini, i vuoti comunicativi, l’impossibilità di accompagnare o dire addio ai propri cari.  E’ stato un periodo storico che ha disumanizzato gli ospedali e le residenze di anziani, il volontariato, il morire e le esperienze di lutto. Ora,stiamo lentamente recuperando la vicinanza, il tratto personalizzato, il significato dei gesti e della presenza.

Condivisione: «Gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino»

Il samaritano non giunge sulla scena del delitto a mani vuote, ma porta con sé tre risorse preziose: l’olio, il vino e le bende. L’olio, fin dall’antichità, è usato come balsamo per alleviare la sofferenza, il vino dà forza, e il fasciare le ferite con le bende per proteggere dalle infezioni, è un gesto che parla di amorevolezza e protezione. Questo intervento richiama azioni che rappresentano l’arte del curare.

L’applicazione odierna di questo quarto passaggio “Gli fasciò le ferite versandovi olio e vino” rimanda alla sfida di saper portare alla luce una varietà di risorse, per alleviare e curare le ferite dei malati. Le risorse, di  natura molteplice, sono offerte da diversi specialisti formati all’arte del prendersi cura ed includono: risorse materiali e strutturali (es. poter contare sulla disponibilità di strutture ospedaliere, di farmaci, di risorse tecnologiche e diagnostiche), risorse professionali (medici, infermiere, psicologi, assistenti sociali..), risorse religiose (assistenti spirituali o rappresentanti di varie religioni).

Accompagnamento: «Poi caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui»

Il samaritano, dopo essersi fatto carico di una situazione di emergenza,  organizza un percorso di aiuto più strutturato cercando di provvedere un luogo dove assistere meglio il malcapitato, garantendo il decoro di un tetto per proteggerlo. Ma non è in grado di svolgere questa missione da solo, con le sue sole forze. Ciò che spesso si dimentica in questa fase del racconto, è il valore dell’asino che, inizialmente, resta uno spettatore silenzioso dell’incidente, ma poi viene chiamato ad un compito di collaborazione attiva: farsi portatore del malcapitato. E’ una specie di ambulanza di quei tempi o  il ministro dei trasporti senza portafoglio. Del resto, il samaritano non sarebbe stato in grado di portare sulle sue spalle lo sventurato ma, grazie alla presenza dell’asino, il progetto di soccorso si veste di speranza e si porta a buon fine.

L’applicazione attuale di questo quinto passaggio “poi caricatolo sopra il suo giumento…”, richiama l’importanza dell’accompagnamento, vale a dire di saper percorrere un tratto di strada con chi si sente solo e sfiduciato, con chi è tentato di arrendersi, perché stanco ed esasperato, con chi è amareggiato, perché colpito da un destino che ritiene di non meritare, con chi cerca un senso in tutto quello che succede. L’accompagnamento si fonda sulla relazione di aiuto con chi soffre, sulla centralità del malato, sull’approccio integrale alle persone. Inoltre la sfida consiste anche nel realizzare percorsi di cura attraverso la progettualità. Ogni progetto si basa sull’analisi della realtà, sull’individuazione dei bisogni, sull’elaborazione degli obiettivi, sulla distribuzione dei compiti e delle responsabilità, sulla verifica dei risultati.

Collaborazione: “Il giorno seguente prese due denari e li diede all’albergatore dicendo: abbi cura di lui e tutto ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno».

Un aspetto da valorizzare nella vicenda è che il samaritano, una volta giunto alla locanda, non “scarica” il ferito sulla porta, per riprendere tempestivamente il suo viaggio e i suoi compiti. È cosciente della criticità della situazione e decide di vegliare accanto allo sventurato per tutta la notte, sacrificando i suoi impegni personali, familiari e professionali.

Un altro aspetto che colpisce è l’atteggiamento dell’albergatore che decide di accogliere lo sventurato. Non sappiamo le motivazioni che l’hanno spinto a questa scelta impegnativa, dato che non era né un medico, né un infermiere, ma un amministratore. Forse è rimasto colpito dall’atteggiamento del samaritano o forse necessitava di un contributo economico.

Di certo non scartiamo l’ipotesi che abbia appreso l’arte del curare osservando e imparando dal samaritano nel corso della notte.

Quest’ultimo, il giorno dopo, gli affida la continuità delle cure e paga di persona per le spese sostenute e si impegna a saldare eventuali altri debiti al ritorno.

L’applicazione attuale di questo sesto passaggio «Il giorno seguente estrasse…”  è la sfida, per tutti coloro che desiderano seguire l’esempio del buon samaritano, di collaborare insieme per umanizzare il luoghi della sofferenza.

Dopo venti secoli di distanza, possiamo affermare che quest’ultimo tassello della parabola è quello che si è ingigantito di più.

La locanda è stata sostituita dai nosocomi, dai pronto soccorso, dai centri di rianimazione e riabilitazione, dalle aziende ospedaliere.

L’albergatore è stato rimpiazzato dai chirurghi, radiologi, ortopedici, anestesisti, cardiologi, infermieri, ausiliari, tecnici, assistenti sociali, psicologi, cappellani.

Questa infinita schiera di specialisti, impegnati ad alleviare la sofferenza umana, è chiamata a collaborare per servire meglio il malato.

La prima forma di collaborazione è all’interno dell’equipe, ma poi include la collaborazione con le famiglie dei malati, con il volontariato, con i Centri di ascolto, con il territorio.

Ognuno è una goccia d’acqua in un mare di necessità, ma tante gocce d’acqua insieme formano i ruscelli, i ruscelli che confluiscono formano i fiumi e i fiumi sfociano nel mare.

Nessuno può pretendere di rispondere da solo ai molteplici bisogni del sofferente. Nella misura in cui gli operatori sanitari e pastorali sono abbastanza motivati per continuare a formarsi, abbastanza umili per permettere ai malati di essere i loro maestri, abbastanza saggi per sapere quale “olio” e “vino” versare sulle ferite del sofferente e abbastanza aperti per collaborare con altri nel servizio del malato, si vive lo spirito della parabola e si contribuisce a umanizzare il mondo della salute.

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